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“E’ piu’ facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli” –Yeshua

Faber: “The war has come down to the two of us”  -Ken Follett (The Eye of the Needle)

New York, 25 Novembre, 2008

Per questa mia risposta all’intervista di Alessandro Dal Lago su Roberto Saviano rilasciata a “Liberazione” il 22 Novembre, vorrei servirmi del mio titolo che, intenzionalmente, usa un banale gioco di parole per evocare piu’ cose insieme; l’immagine evangelica, il bestseller di Ken Follett (da cui fu tratto anche un film) e il libero uso di parole che uno scrittore ha a sua disposizione per creare il suo artificio e confondere i registri realta’/finzione.  Parto da una contaminazione semantica per sottolineare la simile contaminazione/confusione -ma forse non voluta- espressa da Dal Lago nel parlare di Saviano autore e di Saviano uomo, di Gomorra libro e di Gomorra come res publica, e di come questi vengano strumentalizzati a loro volta sia dalla politica che dai media.

Vorrei iniziare dall’aspetto piu’ ingenuo del discorso di Dal Lago, ovvero dalla sua analisi di Gomorra libro. In primis, e va detto subito, non e’ assolutamente vero che Saviano “racconta cose che gia’ sapevamo”. Quando Dal Lago dice che “in Gomorra non c’e’ nulla di nuovo” sul piano dei contenuti, mente. Non solo Gomorra ha raccontato una realta’ che moltissima gente prima ignorava, ma la ha raccontata in modo nuovo, creando un contesto ad hoc, mettendo in grado i suoi lettori di entrarci dentro, focalizzarla, non generalizzarla, entrare nei particolari di un universo di orrori in cui il clima (che è ciò che Saviano rende in maniera superba) è molto più importante dei fattarelli di cronaca ai quali, evidentemente, Dal Lago allude quando dice che certe cose le si sapevano. Chi ne conosceva gia’ i contenuti, li conosceva malamente, insabbiati dai media, espressi a mezza bocca, velati di zucchero nelle pagine di cronaca. Chi ne conosceva bene i contenuti, invece, erano i politici, i magistrati, le forze dell’ordine e i sociologi, forse; cerchie circoscritte, insomma.  Ma l’impatto di Gomorra si e’ fatto sentire soprattutto tra quella fascia di lettori che opera “dal basso”, in altri contesti, scolastici, sociali, “di strada”, contesti di ragazzi giovanissimi (o non), spesso non politicizzati. Grande svista per un sociologo.

Secondo, il libro di Saviano e’ un romanzo-no fiction che si serve, si’, di fatti di cronaca o del vissuto in prima persona ma che rientra comunque nel genere romanzo; quindi e’ necessariamente “gioco” tra artificio/realta’. Ogni genere letterario e’ artificio, lo e’ addiruttura un testo no-fiction e prettamente giornalistico; l’editing, implicito in tutti i discorsi testuali, manipola la temporalita’ deformandone l’azione “storicamente” vera, un dato non trascurabile che faceva disperare non solo Dante ma il Manzoni, entrambi grandi “retori interventisti” che nei loro racconti entravano ed uscivano “di scena a sorpresa”.

Del Lago critica la “figura letteraria” del Saviano Marlowe, dice che è finta. Che rispondere? Come se Marlowe fosse vero. Forse al sociologo sfugge la diimensione letteraria e la sua necessità di manipolare il reale per renderlo più efficace. Prende Saviano per un cronista o un sociologo, appunto, cosa che Saviano non è.  Marlowe  non e’ mai esistito “storicamente”. Ma esisteva il contesto in cui operava il suo scrittore. E non esiste neanche il Saviano “personaggio-autore” come lo intende Dal Lago, quando afferma; “Colpisce il ruolo che Saviano attribuisce a se stesso; l’angelo che scava nelle tenebre della citta’. Qui, onestamente, ho qualche dubbio. Quando racconta di andare avanti e indietro superando i blocchi della polizia e della camorra, li’ penso che sia un’operazione costruita”. Qui Dal Lago si rivela inesperto nelle regole del gioco letterario. Sul piano “letterario”, a nessun critico verebbe in mente di analizzare il testo in questo senso. Il testo verrebbe semmai analizzato sul piano del discorso, verrebbe analizzato per come Saviano interseca e “problematizza” (alla Foucault) i piani finzione e realta’,  per come lo scrittore carica il suo libro di una verve espressiva tale da coinvolgere il lettore fino a stravolgerlo, umiliarlo, offenderlo e schifarlo tramite cio’ che vede, o immagina. E’ proprio in questa dialettica tra finzione e realta’, e che Dal Lago denuncia come tallone di Achille, che si insinua la forza di Gomorra.

Per passare a Saviano uomo, vittima dell’intervento mediatico, il discorso si fa piu’ complesso. Se non fosse partito da una premessa sbagliata, Dal Lago avrebbe avuto ragione. Ma Dal Lago strappa il Saviano autore-personaggio dal libro e lo immette nella piazza di Casal di Principe. Non solo, scambia il pubblico di Casale per i personaggi di Gomorra mettendo in moto una specie di vertigine pirandelliana. Rilega Saviano allo status del personaggio-autore perche’, contaminando sociologia e letteratura, lo legge come “Cid Campeador dell’anticamorra”, come l’uno contro tutti di una Guerra ridotta a due (come lamenta Faber nel libro di Follett).  Lo taccia di aver fatto “una discesa teatrale accusando in pubblico la Camorra. Lo ha fatto come l’autore di un libro che si materializzava davanti ai suoi personaggi”. E ancora; “L’uomo Saviano mi sembra ormai totalmente al di fuori della realta’. Interviene come un profeta. E’ costretto dentro a un ruolo tagliato su misura che per un ventottenne puo’ avere conseguenze distruttive. Dubito che riuscira’ a tirare fuori dalla sua vena letteraria qualcosa di nuovo. E’ prigioniero della costruzione di un mito contemporaneo”. Insomma, Dal Lago continua a intaccare Saviano uomo parlando poco dei contenuti. Scalfigge l’idoletto da lui stessso costruito senza spiegarne il contesto.

Tanta carne al fuoco. Andiamo per gradi e permettetemi il modo scomposto di procedere.

Saviano non e’ sceso in modo plateale quel giorno a Casale, ma si e’ posto come cittadino davanti alla sua gente assumendosi il carico dell’intellettuale che rifiuta. Si è schierato dalla parte della verita’, ha protestato, ha continuato a parlare del problema Sistema, e’ andato oltre Gomorra libro. E li’ ha parlato non confondendosi col personaggio del libro, ma da uomo spinto da una profonda coscienza civile. E questo e’ un pensiero cosi’ semplice che non viene compreso. E’ un pensiero cosi’ basilare che, in questo grande clima di finta tolleranza, le coscienze che non bruciano fanno finta di non capire. Uno dei tanti che ignora la dimensione dell’urgenza di dire il vero e’ Andrea De Consoli, quando afferma; “Saviano ha intorbidito le acque per gli scrittori della nostra generazione. Ora si lamenta di vivere come un prigioniero. Ma se ti metti a insultare direttamente i camorristi che ti aspetti? Anche Pasolini era uno che insultava pero’ era pronto ad assumersi la responsabilita’della sua denuncia. Io penso che la lotta alla camorra c’e stata prima e ci sara’ anche dopo Roberto Saviano”.

Saviano e’ talmente dentro la realta’ da sembrarne allucinantemente e paradossalmente fuori. Vive una realta’ talmente diversa dalla nostra che nessuno, e ripeto, nessuno di noi la puo’ capire. Vero che tanti altri vivono sotto scorta, ma Saviano e’ troppo famoso, troppo giovane e troppo contemporaneo. Non e’ ne’ paragonabile a Rushdie, ne’ a Cantone, per esempio, che ha una moglie e figli alle spalle. E non e’ Pier Paolo Pasolini, perche’ Saviano e’ al primo libro, e perche’ comunque viviamo in un contesto e in un mondo radicalmente mutato da rendere quasi tutto imparagonabile a quarant’anni fa. Saviano e’ profondamente sui generis; spiazza e spazia trasversalmente. In questo e’ assolutamente solo, nuovo, non ha precedenti, non ha prototipi. E non avendo prototipi i media, la politica, o la gente in generale, ne fa ancor piu’ cio’ che vuole. Questa sua “solitudine” in tutto e per tutto fa si’ che venga frainteso e manipolato spesso e volentieri, in effetti usato come capro espiatorio, come simbolo redentore di coscienze sporche ed assopite, come amo per una retorica bipartisan, romanticamente inteso come eroe-profeta predestinato alla morte o come oggetto di desiderio nei “sondaggi” di riviste di serie C. In questo senso ha ragione Dal Lago; c’e’ “una retorica intollerabile” intorno a Saviano, ma non e’ la retorica di Saviano. Come mito contemporaneo, fagocitato dal vampirismo mediatico, Saviano e’ simbolo di tutto e di nulla e dunque in/caricato di ogni significato che possa far comodo a secondo del discorso che lo vuole inglobare compresa l’immagine patetica che ci offre di lui Dal Lago. E’ l’uno, nessuno e centomila pirandelliano. Ma come ho gia’ scritto piu’ volte, altrove, di questo suo status Saviano e’ pienamente cosciente. Se c’e’ una cosa che gli e’ “sfuggita dalle mani” e’ la rappresentazione che si fa di lui malgre’ lui. Ma questo sfuggirebbe a chiunque. Si sbaglia chi pensa ancora che il com/portamento di un uomo cosi’ famoso possa controllare l’attenzione mediatica italiana. Non servirebbe a nulla per Saviano sottrarsi alla copertina di Rolling Stone o ad un eventuale premio Oscar. Questi gesti importanti, significativi, di grande dignita’ che spinsero Sartre a rifiutare il Nobel, a Saviano non riuscirebbero. Viviamo in un contesto profondamente diverso. Gli si urlerebbe contro un grande, “ma chi si crede di essere?” In Italia, media e politica, vanno a ruota libera. Non son piu’ controllabili. Saviano usa i media e se ne infischia dei loro giudizi. Cavalca la tigre e si espone in modo tattico. Se poi il suo volersi bere una birra fa notizia da prima pagina, la colpa non e’ di Saviano ma di chi scrive articoli inutili. Saviano sa benissimo barcamenarsi nel flusso mediatico, ne fa un buon uso, capisce che nel nostro, anzi suo momento storico, non si puo’ prescindere dai Mentana e Vespa vari, ma che, anzi, tocca operare dal “di dentro” partecipando alla bagarre per sovvertirne il paradigma. Il sistema, per essere capito, va anch’esso “sfruttato”.

Per quanto riguarda Gomorra libro e la politica, Dal Lago sentenzia, “Non tutti l’hanno notato: Saviano non dice una parola sul sistema politico. Qualche allusione e basta.” Vero. Saviano nel libro non menziona politica se non indirettamente perche’, 1) scrive un romanzo che non si serve del veicolo politico ma di un occhio diverso, 2) perche’ additarla sarebbe come dire al giorno che e’ illuminato dal sole. Ma anche perche’ Saviano, in effetti, non sposa politiche specifiche. Non e’ importante la politica di Pound vis a vis un Canto Pisano. Non e’ importante la politica di Saviano per i duemilioni di lettori che lo hanno letto, molti dei quali non votano, si definiscono anarchici e stanno organizzando manifestazioni e iniziative culturali spronati dal suo esempio. (E a proposito di questi “ultimi”, vorrei aprire una parentesi. Molti miei amici in politica mi domandano perche’ questi ragazzi non votino. Sono orripilati dal “menefreghismo” e dalla “pigrizia politica” dei ragazzi del Sud. Io sono sconvolta, piuttosto, da come un politico non arrivi a capire perche’ un ragazzo di Aversa, per esempio, ha diffidenza nei confronti di un sistema politico. C’e’ bisogno che glielo spieghi io? )

Saviano ripete costantemente che lo Stato non ha fatto e non fa abbastanza contro la Camorra. Lo ha ribadito a Parigi due giorni fa mentre annunciava una nuova traccia con una nuova indagine sulle “vie della cocaina”, menzionata appena in Gomorra ma non approfondita. Qualcosa cova gia’ nella sua vena letteraria e gli auguro non il sospetto di non farcela che gli dimostra Dal Lago, bensi’ la forza di non farsi distrarre da il tutto e il nulla che lo circonda; le critiche di tutti, il sospetto di tutti, il clamore dei fans, le mie stesse parole che lo sostengono.

Insomma, ci si domanda ancora chi sia lo scrittore che, giovanissimo, chiuso nel suo appartamento dei Quartieri Spagnoli, si immaginava la sua Gomorra. E lo si taccia non solo di essersi cercato la morte ma lo si “accusa” anche, in modo spicciolo e senz’analisi pertinente, di tutto il seguito:  bestseller mondiale, Palme d’or, partecipazione Nobel e Oscar. Sarebbe stato piu’ facile per un cammello passare per la cruna di un ago, piu’ facile per un ricco entrare nel regno dei cieli che per il giovane scrittore napoletano immaginarsi tutto questo successo, tutta questa follia. Per poi vivere realmente, ed in carne ed ossa, questa follia.  O addirittura morirne.

Per finire, Dal Lago, il 28 e 29 Novembre a Roma, fara’ un intervento dal titolo “Santo Saviano” in occasione del dibattito, “Il Senso dei rifiuti. Una due giorni dedicata alla delicata questione del riciclo dalla A alla Z”.  Mi domando cosa ci azzecchi Saviano in un contesto di scarto, di rifiuto, di riciclaggio, di surplus, se non per risimbolizzare Saviano in quello stesso personaggio/simbolo da cui Dal Lago vorrebbe districarlo. Il titolo in grassetto di Liberazione legge: “Salviamo Saviano dal suo personaggio.” “Salviamo”? Lo ripeto, “salviamo”? Io mi domando, piuttosto, ma chi e’ il “noi” narrante?

(un ringraziamento speciale a Serafino Murri; molti dei contenuti hanno visto la luce grazie ad intense e stimolanti conversazioni avute con lui.)


“Feeling that foot on your head, praying for sirens /All your breathing is violence they fed” -from “Cap in Hand”

(STAND in NY, photo by Carol Fonde)

The cover shows an empty runway with a nondescript crowd in silhouette, and one has to wonder, “Wait a minute, are we in a church or at a fashion show?” Immediately, we get the sense that, thematically speaking, the album takes it up with the commercialization of spirituality and/or the fashionable culture of surface appearances. The horizon, however, is empty and full of light and could potentially make way for some hope.

Well produced by Marc Swersky, “100,000 Ways to Harvest Hope” is a solid rock album and, if there is any space left in this  world of facile and arrogant consumption for some authentic effort and consistently good musicianship, then this ought be the album that Stand should be rewarded for.

Already 11th in the Irish charts within only two days of its release, “100,000 Ways” opens with Dowling’s boldly cynical and dark – yet catchy – “Love Will Never Creep In”, a dirge about the emptiness of love and sexual relations in contemporary culture, and segways into the single “The Living Kind”, a strong, upbeat tune by Walsh with a beautiful blend of vocals by Eurelle and Doyle. “She Is”, a dancey/anthemy tribute to strong women by Walsh/Doyle, has a chorus so addictive you might well be found twirling down the street as you’re humming it.

However, the album peaks at “No Regrets”, possibly the gem of the pack, with an unusual falsetto performance by Doyle who also pens the song (along with Walsh and Eurelle) and shows a soulful depth and a brilliant, albeit late-blooming talent for sophisticated songwriting. (In the past, Doyle was never much of a writer while he could certainly boast the greater rocknroll presence and raw charisma out of the four onstage.)

“Nature My Mother” is a typical Dowling tune, the talented drummer who has written many a song and lyric for the band; “typical” in that it factors Dowling’s concern with the political, socio-economic and environmental flops of our aching society. It’s a powerful tune, as is the mellower yet evocative “Cap In Hand”, which he also pens. With beats that drone to the marching of a soldier headed to his demise, the latter is a nostalgic tune with a particularly moving chorus, and its lyrics are the best in the album. The same cannot be said of “Generation Me”, which is purposefully trite and poppy as it self-awarely points out the bullshit, surface nothingness of the Facebook age. Ironic and self-referential as it might be, it’s not a song I would particularly favor; that said, it might just end up being the tune that will bring the crowd to its feet at a live show, and Dowling, who is witty in that respect, might know that all to well.

“Olivia”, a concerted effort by Doyle and the ever prolific Walsh, would be a good runner up for single number two, in my book; open and breezy, it is a hopeful testimony to the gift that are children in a largely rotten society; “the world is better with you in it”, it muses, and who could possibly disagree with that simple truth?

“Full Circle”, an obscure and odd song which I have yet to process (and this is not necessarily a bad thing as is it often these kinds of songs that ultimately sneak up on you and stick to your skin like bloodsuckers), precedes the lovely “Stuck in my Shoes”, a perfect closer to the album. Doyle curses the world in subtle, Vedderesque angst and makes a powerful statement about the nature of painful, personal stasis while Eurelle, in his best harmonizing finesse and range, weaves in and out of the chorus making this my second favorite pick of the album.

So exactly how does Stand harvest hope in 100,000 ways? Not only by echoing one of Neil Young’s seminal masterpieces within a rather elaborate (and possibly too long) title, but by giving it yet another brilliant try with the same enthusiasm that defined their first excellent effort of many, “Correspondent”, in 1999.

Eleven years of persistent and better than good results should not go by unnoticed. But, will the so-called Generation Me do them justice? We can only hope so and with the same fervor that these four Irish musicians have harvested for over a decade.

(Stand will take the stage in NYC at the Bowery Ballroom on March 20th: http://www.boweryballroom.com )

 

“Credendo con passione in qualcosa che ancora non esiste, la creiamo. Il non esistente e’ cio’ che noi non abbiamo desiderato a sufficienza.”

-Nikos Kazantzakis

“C’e’ pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’e’ nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a se’,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.”

-Danilo Dolci

 

New York, 30 Settembre, 2008

 

Oggi, alle 5 e 30 del mattino ore locali, ho seguito sul web la conferenza stampa del Ministro Maroni col capo della Polizia prefetto Antonio Manganelli, il comandante generale dell’Arma dei carabinieri Gianfrancesco Siazzu e il comandante generale della Guardia di Finanza Cosimo D’Arrigo sul blitz nel casertano che ha portato all’arresto di tre importanti latitanti, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo e Giovanni Letizia, menzionati con nome e cognome da Roberto Saviano in “Lettera alla mia terra” del 22 settembre e pubblicata su La Repubblica solo otto giorni fa. Il “nuovo governo” ha certamente spostato l’attenzione a Sud anche se bisogna ancora verificare la sincerita’ che ne ha mosso l’agire. Maroni promette di porre fine alla criminalita’ organizzata. Lo dice in modo convinto e per un momento ci credo e ci spero anch’io. Vengo trasportata da un sogno di un’Italia piu’ pulita, meno corrotta, un’Italia di cui non vergognarsi, un’Italia degna nella quale un giorno poter felicemente rimpatriare.

 

Io come tanti altri mi domando:  E’ possibile porre fine alla criminalita’ organizzata? E’ possibile estirpare radici senza uccidere la pianta? Roberto Saviano ci spiega in Gomorra e altrove – o almeno questo e’ cio’ che ho capito io – che la criminalita’ organizzata e’ oramai talmente dentro l’economia del paese, e’ talmente parte del tessuto capitalista mondiale che estirparla sarebbe come estinguere la razza umana. Non lo scrive esplicitamente ma sembra dirlo in modo implicito. Saviano entra come un microscopio con mille occhi nella corporalita’ del particolare e, con la visione di una mosca e la forza di un’iride poliedrica capace di carpire le forme piu’ caleidoscopiche, allucinanti e vere dalla realta’, tutto ad un tratto ti fa capire che il latte che bevi, le mura della casa in cui abiti, i vestiti che indossi, le strade che percorri, le droghe che consumi e i politici che hai votato puzzano di “Sistema”. Ogni cosa che ti circonda e che ti appartiene la vedi improvvisamente come parte della rete Sistema. Leggere Saviano accuratamente, capirlo in pieno, equivale a sposare la sua stessa ossessione dalla quale mai piu’ potrai liberarti. Ti viene voglia di spogliarti, di bruciare il tuo guardaroba, di abbandonare la tua casa ma non prima di averne abbattutto il cemento sulla quale si regge.  Vorresti lavarti della tua stessa esistenza e rifoggiarti ex novo. Come Lady Macbeth, dopo aver spinto il marito ad uccidere Duncan per diventare re, ti vedi le mani irrevocabilmente imbrattate di sangue; ti lavi e ti lavi e ancora sei sporco. Saviano scrive, in quell’urlo terrificante che e’ per l’appunto “Lettera alla mia terra”, che siamo tutti responsabili. Ed ha ragione. Nel senso che ognuno di noi partecipa al Sistema in quanto consumatore di qualcosa di “sporco”.

 

“Sarebbe interessante poter leggere da qualche parte non soltanto dove la merce viene prodotta, ma persino che tragitto ha fatto per giungere nelle mani dell’acquirente. I prodotti hanno cittadinanze molteplici, ibride e bastarde. Nascono per meta’ nel centro della Cina, poi si completano in qualche periferia slava, si perfezionano nel nord est d’Italia, si confezionano in Puglia o anord di Tirana, per poi finire in chissa’ quale magazzino d’Europa. La merce ha in se’ tutti i diritti di spostamento che nessun essere umano potra’ mai avere”. (Gomorra, 15).

 

Volente o nolente, ognuno di noi rientra nella parola Sistema. Siamo forse in un vicolo cieco? E’ probabile ma bisogna comunque percorrerlo.  E questa guerra alla criminalita’, quella di Saviano, quella dello Stato, della magistratura, la nostra se decidiamo di sposarla, e’ una guerra senza speranza? Forse. Ma bisogna comunque combatterla.  Viviamo in un mondo alla rovescia, paradossale, un mondo in cui la merce che tocchiamo ha diritto di cittadinanza universale e si sposta ovunque senza bisogno di mostrare documento mentre noi che portiamo questa merce sul corpo, nel corpo, noi che la ingeriamo, la consumiano e che la teniamo in casa siamo asfissiati dall’immobilita’, o per scelta o per costrizione imposta dall’esterno alla quale ci pieghiamo. Nell’incipit di Gomorra, in quel memorabile primo capitolo, Saviano fa del porto napoletano metafora delle dinamiche del Sistema legate al capitale/merce. In un susseguirsi d’immagini assurdamente vere ci spiega i movimenti, ci rivela gli attributi di queste dinamiche allacciandole alla struttura del paradosso. Eccone due definizioni:  “velocita’ senza chiasso” , “un’appendice infetta da anni mai degenerata in peritonite”.

 

Saviano stesso e’ diventato l’emblema del paradosso e sicuramente senza volerlo, tanto per metter a tacere tutte le inani critiche che gli rinfacciano di “essersela cercata”. In uno Stato che si definisce “democratico” e “moderno”, uno scrittore di 29 anni vive sotto protezione da quasi due anni. E non e’ l’unico. Il prossimo 13 ottobre saranno 730 giorni che questo ragazzo non si puo’ muovere senza essere seguito passo passo dai suoi fedelissimi agenti di scorta, la sua “falange”. Saviano e’ un ragazzo che descrive le dinamiche dell’impero economico e che poi viene esiliato grazie al grande consumo che si e’ fatto del suo libro.  E’ un ragazzo che deve inabissarsi sempre piu’ nel nulla ad ogni vittoria anti-mafia dello stato. E’ un intellettuale degno di esser paragonato a Pasolini e poi messo accanto ai vari Volo, Jovanotti, Antonacci (con tutto il dovuto rispetto per questi ultimi) sul myspace di migliaia di ragazzine tra layout imbrattati di Hello Kitty e cuoricini. E’ il ragazzo di cui si sono virtualmente “innamorate” italiane di ogni eta’ costretto a non poter vivere un amore.  E’ il ragazzo solitario che le aspiranti attrici di mezz’Italia (e non) vorrebbero accompagnare sottobraccio sul red carpet di Los Angeles il prossimo marzo, lui che il tappeto rosso non puo’, e forse non vuole, neanche percorrerlo. E’ il sogno di successo di ogni scrittore ma invidiato e spesso criticato da ogni scrittore. E’ il ragazzo che scrive per amore della sua terra e che poi viene tacciato di diffamazione, che viene accusato di non amare la sua terra, come se un padre fosse da biasimare per la denuncia della propria frustrazione nel vedere il proprio figlio, sangue del suo sangue, scegliere la morte. E’ un ragazzo che viene definito eroe e che non si considera affatto un eroe.  E’ l’Uomo Ragno dell’immaginario collettivo privato del privilegio di una tuta che lo protegga nell’anonimato. E soprattutto, tra le migliaia di voci che lo esaltano, lo supportano, lo criticano, lo citano, lo biasimano, lo amano, lo desiderano, lo schiacciano, lo invidiano e lo portano ad esempio, Saviano e’ un uomo solo. I suoi articoli emergono dal caos dell’informazione con la voce solitaria di un San Giovanni del Deserto. Il ragazzo che tutti chiamano Roby, Robbe’, Ro’ sul suo myspace, come se questo ragazzo a loro in fin dei conti “sconosciuto” fosse il loro migliore amico, e’ solo come un cane. Non c’e’ intellettuale che lo appoggi in pieno ne’ manifestazione seria che si organizzi in suo nome ed in onore di chi come lui vive nelle sue condizioni. Si sa’ che dall’uscita di Gomorra libro lo Stato ha iniziato ad impegnarsi di piu’ ma e’ dal processo Spartacus che nessuno piu’ parla di Saviano concretamente. In tv e sulla stampa viene, si’, menzionato ma spesso en passant e spesso in modo improprio. Eppure sulle Google Alerts anglosassoni che arrivano ogni giorno e a dozzine nel mio inbox relative alle voci camorra/blitz/casalesi, Saviano e’ costantemente citato e tirato in ballo. Saviano, in casa, viene giocato come evento mediatico ma il suo immenso contributo alla rivoluzione di coscienza che finalmente cova in questa vecchia Italia e’ ancora relativamente occultato underground.

 

Sorge dunque il sospetto che Saviano stesso stia venendo strumentalizzato da noi e dal nostro paese (cosa di cui lui e’ certamente cosciente), che venga usato come merce perche’ pur circolando sulla bocca di tutti il suo mondo si svolge all’interno di una cella. Il suo nome viene usato come moneta import/export ovunque mentre lui, in carne ed ossa, rimane immobile in una stanza. Noi rischiamo di perdere una delle voci piu’ importanti della nostra generazione e non solo perche’ il ragazzo e’ un dead man walking, un condannato a morte da qualche vigliacco figlio di puttana, ma perche’ quello stesso Stato che quando gli conviene si ciba del suo nome, si appropria del suo coraggio e dice di tutelarlo, vuole passare leggi che ostacolerebbero lo svolgersi delle indagini giudiziare anti-mafia (ennesimo paradosso) e delle sue indagini necessarie alla sua scrittura. Come ha ricordato oggi Franco Roberti, senza le intercettazioni i latitanti del gruppo di fuoco casalese non sarebbero stati presi. Certo non bisogna confondere il lavoro dello Stato e/o della magistratura con l’indagine di Saviano scrittore/giornalista perche’ son due cose ben distinte. Ma bisogna notare che anche il suo operato, la sua voce unica ed essenziale, rischia di venir messa a tacere proprio dall’interno di quella penisola che lo osanna come eroe. Parafrasando Don Peppino Diana, seppure in un contesto modificato (e lui mi perdonera’ dato che si riferiva a Dio e non allo Stato), lo Stato ci sta dimostrando che esiste.  Ma deve ancora farci capire da che parte sta.

 

Se Saviano e’, non solo se stesso,  ma anche simbolo e cifra di altro, se ci rappresenta in qualche modo dato che lo abbiamo investito di specularita’ en masse, che ci identifichiamo in lui e che gli lanciamo messaggi giornalieri di alleanza e fedelta’ al suo impegno, allora bisogna capire una cosa fondamentale: che la prigionia di Saviano e’ la nostra prigionia e che la sua liberta’ e’ la nostra liberta’.  Quando Saviano ci incita a rispondere alla domanda,  “Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese?” implorando di sognarla al meglio come supplicano i versi della poesia di Dolci che lui cita spesso, io chiedo a me stessa e a tutti noi: Come ce lo immaginiano noi Roberto Saviano? O meglio come ce lo stiamo immaginando? Ce ne stiamo appropriando? Lo stiamo usando? Lo stiamo trascurando? Lo stiamo sognando al meglio, come si merita? Ma soprattutto, cosa stiamo facendo noi per Roberto Saviano? E ancora, per finire, e noi come ci sogniamo?


Dovremmo gia’ star a Casal di Principe a cancellare le parole scritte sui muri che lo diffamano. Perche’ le parole hanno un “peso specifico”. E perche’ dire, “noi siamo Saviano e Saviano e’ noi” non e’ gioco semantico ma verita’. Siamo stati noi stessi a renderla tale, tramite il nostro uso del suo nome e delle sue parole. Leggendolo, abbiamo mutato la sua esistenza.  Leggere Saviano non e’ una colpa ma porta con se’ una grande responsabilita’. Una responsabilita’ che ci pone davanti ad uno specchio che con occhi veri, attenti e soli, ci mette davanti a cio’ che noi non siamo. Senza quest’analisi al negativo ed apofatica di noi stessi, e del nostro paese, rischiamo di far tanto rumore per nulla e di continuare a diffondere proprio cio’ che speravamo d’estirpare.

 

PS. “In qualsiasi altro paese la libertà d’azione di un simile branco di assassini avrebbe generato dibattiti, scontri politici, riflessioni. Invece qui si tratta solo di crimini connaturati a un territorio considerato una delle province del buco del culo d’Italia.” Roberto Saviano.