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“E’ piu’ facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli” –Yeshua

Faber: “The war has come down to the two of us”  -Ken Follett (The Eye of the Needle)

New York, 25 Novembre, 2008

Per questa mia risposta all’intervista di Alessandro Dal Lago su Roberto Saviano rilasciata a “Liberazione” il 22 Novembre, vorrei servirmi del mio titolo che, intenzionalmente, usa un banale gioco di parole per evocare piu’ cose insieme; l’immagine evangelica, il bestseller di Ken Follett (da cui fu tratto anche un film) e il libero uso di parole che uno scrittore ha a sua disposizione per creare il suo artificio e confondere i registri realta’/finzione.  Parto da una contaminazione semantica per sottolineare la simile contaminazione/confusione -ma forse non voluta- espressa da Dal Lago nel parlare di Saviano autore e di Saviano uomo, di Gomorra libro e di Gomorra come res publica, e di come questi vengano strumentalizzati a loro volta sia dalla politica che dai media.

Vorrei iniziare dall’aspetto piu’ ingenuo del discorso di Dal Lago, ovvero dalla sua analisi di Gomorra libro. In primis, e va detto subito, non e’ assolutamente vero che Saviano “racconta cose che gia’ sapevamo”. Quando Dal Lago dice che “in Gomorra non c’e’ nulla di nuovo” sul piano dei contenuti, mente. Non solo Gomorra ha raccontato una realta’ che moltissima gente prima ignorava, ma la ha raccontata in modo nuovo, creando un contesto ad hoc, mettendo in grado i suoi lettori di entrarci dentro, focalizzarla, non generalizzarla, entrare nei particolari di un universo di orrori in cui il clima (che è ciò che Saviano rende in maniera superba) è molto più importante dei fattarelli di cronaca ai quali, evidentemente, Dal Lago allude quando dice che certe cose le si sapevano. Chi ne conosceva gia’ i contenuti, li conosceva malamente, insabbiati dai media, espressi a mezza bocca, velati di zucchero nelle pagine di cronaca. Chi ne conosceva bene i contenuti, invece, erano i politici, i magistrati, le forze dell’ordine e i sociologi, forse; cerchie circoscritte, insomma.  Ma l’impatto di Gomorra si e’ fatto sentire soprattutto tra quella fascia di lettori che opera “dal basso”, in altri contesti, scolastici, sociali, “di strada”, contesti di ragazzi giovanissimi (o non), spesso non politicizzati. Grande svista per un sociologo.

Secondo, il libro di Saviano e’ un romanzo-no fiction che si serve, si’, di fatti di cronaca o del vissuto in prima persona ma che rientra comunque nel genere romanzo; quindi e’ necessariamente “gioco” tra artificio/realta’. Ogni genere letterario e’ artificio, lo e’ addiruttura un testo no-fiction e prettamente giornalistico; l’editing, implicito in tutti i discorsi testuali, manipola la temporalita’ deformandone l’azione “storicamente” vera, un dato non trascurabile che faceva disperare non solo Dante ma il Manzoni, entrambi grandi “retori interventisti” che nei loro racconti entravano ed uscivano “di scena a sorpresa”.

Del Lago critica la “figura letteraria” del Saviano Marlowe, dice che è finta. Che rispondere? Come se Marlowe fosse vero. Forse al sociologo sfugge la diimensione letteraria e la sua necessità di manipolare il reale per renderlo più efficace. Prende Saviano per un cronista o un sociologo, appunto, cosa che Saviano non è.  Marlowe  non e’ mai esistito “storicamente”. Ma esisteva il contesto in cui operava il suo scrittore. E non esiste neanche il Saviano “personaggio-autore” come lo intende Dal Lago, quando afferma; “Colpisce il ruolo che Saviano attribuisce a se stesso; l’angelo che scava nelle tenebre della citta’. Qui, onestamente, ho qualche dubbio. Quando racconta di andare avanti e indietro superando i blocchi della polizia e della camorra, li’ penso che sia un’operazione costruita”. Qui Dal Lago si rivela inesperto nelle regole del gioco letterario. Sul piano “letterario”, a nessun critico verebbe in mente di analizzare il testo in questo senso. Il testo verrebbe semmai analizzato sul piano del discorso, verrebbe analizzato per come Saviano interseca e “problematizza” (alla Foucault) i piani finzione e realta’,  per come lo scrittore carica il suo libro di una verve espressiva tale da coinvolgere il lettore fino a stravolgerlo, umiliarlo, offenderlo e schifarlo tramite cio’ che vede, o immagina. E’ proprio in questa dialettica tra finzione e realta’, e che Dal Lago denuncia come tallone di Achille, che si insinua la forza di Gomorra.

Per passare a Saviano uomo, vittima dell’intervento mediatico, il discorso si fa piu’ complesso. Se non fosse partito da una premessa sbagliata, Dal Lago avrebbe avuto ragione. Ma Dal Lago strappa il Saviano autore-personaggio dal libro e lo immette nella piazza di Casal di Principe. Non solo, scambia il pubblico di Casale per i personaggi di Gomorra mettendo in moto una specie di vertigine pirandelliana. Rilega Saviano allo status del personaggio-autore perche’, contaminando sociologia e letteratura, lo legge come “Cid Campeador dell’anticamorra”, come l’uno contro tutti di una Guerra ridotta a due (come lamenta Faber nel libro di Follett).  Lo taccia di aver fatto “una discesa teatrale accusando in pubblico la Camorra. Lo ha fatto come l’autore di un libro che si materializzava davanti ai suoi personaggi”. E ancora; “L’uomo Saviano mi sembra ormai totalmente al di fuori della realta’. Interviene come un profeta. E’ costretto dentro a un ruolo tagliato su misura che per un ventottenne puo’ avere conseguenze distruttive. Dubito che riuscira’ a tirare fuori dalla sua vena letteraria qualcosa di nuovo. E’ prigioniero della costruzione di un mito contemporaneo”. Insomma, Dal Lago continua a intaccare Saviano uomo parlando poco dei contenuti. Scalfigge l’idoletto da lui stessso costruito senza spiegarne il contesto.

Tanta carne al fuoco. Andiamo per gradi e permettetemi il modo scomposto di procedere.

Saviano non e’ sceso in modo plateale quel giorno a Casale, ma si e’ posto come cittadino davanti alla sua gente assumendosi il carico dell’intellettuale che rifiuta. Si è schierato dalla parte della verita’, ha protestato, ha continuato a parlare del problema Sistema, e’ andato oltre Gomorra libro. E li’ ha parlato non confondendosi col personaggio del libro, ma da uomo spinto da una profonda coscienza civile. E questo e’ un pensiero cosi’ semplice che non viene compreso. E’ un pensiero cosi’ basilare che, in questo grande clima di finta tolleranza, le coscienze che non bruciano fanno finta di non capire. Uno dei tanti che ignora la dimensione dell’urgenza di dire il vero e’ Andrea De Consoli, quando afferma; “Saviano ha intorbidito le acque per gli scrittori della nostra generazione. Ora si lamenta di vivere come un prigioniero. Ma se ti metti a insultare direttamente i camorristi che ti aspetti? Anche Pasolini era uno che insultava pero’ era pronto ad assumersi la responsabilita’della sua denuncia. Io penso che la lotta alla camorra c’e stata prima e ci sara’ anche dopo Roberto Saviano”.

Saviano e’ talmente dentro la realta’ da sembrarne allucinantemente e paradossalmente fuori. Vive una realta’ talmente diversa dalla nostra che nessuno, e ripeto, nessuno di noi la puo’ capire. Vero che tanti altri vivono sotto scorta, ma Saviano e’ troppo famoso, troppo giovane e troppo contemporaneo. Non e’ ne’ paragonabile a Rushdie, ne’ a Cantone, per esempio, che ha una moglie e figli alle spalle. E non e’ Pier Paolo Pasolini, perche’ Saviano e’ al primo libro, e perche’ comunque viviamo in un contesto e in un mondo radicalmente mutato da rendere quasi tutto imparagonabile a quarant’anni fa. Saviano e’ profondamente sui generis; spiazza e spazia trasversalmente. In questo e’ assolutamente solo, nuovo, non ha precedenti, non ha prototipi. E non avendo prototipi i media, la politica, o la gente in generale, ne fa ancor piu’ cio’ che vuole. Questa sua “solitudine” in tutto e per tutto fa si’ che venga frainteso e manipolato spesso e volentieri, in effetti usato come capro espiatorio, come simbolo redentore di coscienze sporche ed assopite, come amo per una retorica bipartisan, romanticamente inteso come eroe-profeta predestinato alla morte o come oggetto di desiderio nei “sondaggi” di riviste di serie C. In questo senso ha ragione Dal Lago; c’e’ “una retorica intollerabile” intorno a Saviano, ma non e’ la retorica di Saviano. Come mito contemporaneo, fagocitato dal vampirismo mediatico, Saviano e’ simbolo di tutto e di nulla e dunque in/caricato di ogni significato che possa far comodo a secondo del discorso che lo vuole inglobare compresa l’immagine patetica che ci offre di lui Dal Lago. E’ l’uno, nessuno e centomila pirandelliano. Ma come ho gia’ scritto piu’ volte, altrove, di questo suo status Saviano e’ pienamente cosciente. Se c’e’ una cosa che gli e’ “sfuggita dalle mani” e’ la rappresentazione che si fa di lui malgre’ lui. Ma questo sfuggirebbe a chiunque. Si sbaglia chi pensa ancora che il com/portamento di un uomo cosi’ famoso possa controllare l’attenzione mediatica italiana. Non servirebbe a nulla per Saviano sottrarsi alla copertina di Rolling Stone o ad un eventuale premio Oscar. Questi gesti importanti, significativi, di grande dignita’ che spinsero Sartre a rifiutare il Nobel, a Saviano non riuscirebbero. Viviamo in un contesto profondamente diverso. Gli si urlerebbe contro un grande, “ma chi si crede di essere?” In Italia, media e politica, vanno a ruota libera. Non son piu’ controllabili. Saviano usa i media e se ne infischia dei loro giudizi. Cavalca la tigre e si espone in modo tattico. Se poi il suo volersi bere una birra fa notizia da prima pagina, la colpa non e’ di Saviano ma di chi scrive articoli inutili. Saviano sa benissimo barcamenarsi nel flusso mediatico, ne fa un buon uso, capisce che nel nostro, anzi suo momento storico, non si puo’ prescindere dai Mentana e Vespa vari, ma che, anzi, tocca operare dal “di dentro” partecipando alla bagarre per sovvertirne il paradigma. Il sistema, per essere capito, va anch’esso “sfruttato”.

Per quanto riguarda Gomorra libro e la politica, Dal Lago sentenzia, “Non tutti l’hanno notato: Saviano non dice una parola sul sistema politico. Qualche allusione e basta.” Vero. Saviano nel libro non menziona politica se non indirettamente perche’, 1) scrive un romanzo che non si serve del veicolo politico ma di un occhio diverso, 2) perche’ additarla sarebbe come dire al giorno che e’ illuminato dal sole. Ma anche perche’ Saviano, in effetti, non sposa politiche specifiche. Non e’ importante la politica di Pound vis a vis un Canto Pisano. Non e’ importante la politica di Saviano per i duemilioni di lettori che lo hanno letto, molti dei quali non votano, si definiscono anarchici e stanno organizzando manifestazioni e iniziative culturali spronati dal suo esempio. (E a proposito di questi “ultimi”, vorrei aprire una parentesi. Molti miei amici in politica mi domandano perche’ questi ragazzi non votino. Sono orripilati dal “menefreghismo” e dalla “pigrizia politica” dei ragazzi del Sud. Io sono sconvolta, piuttosto, da come un politico non arrivi a capire perche’ un ragazzo di Aversa, per esempio, ha diffidenza nei confronti di un sistema politico. C’e’ bisogno che glielo spieghi io? )

Saviano ripete costantemente che lo Stato non ha fatto e non fa abbastanza contro la Camorra. Lo ha ribadito a Parigi due giorni fa mentre annunciava una nuova traccia con una nuova indagine sulle “vie della cocaina”, menzionata appena in Gomorra ma non approfondita. Qualcosa cova gia’ nella sua vena letteraria e gli auguro non il sospetto di non farcela che gli dimostra Dal Lago, bensi’ la forza di non farsi distrarre da il tutto e il nulla che lo circonda; le critiche di tutti, il sospetto di tutti, il clamore dei fans, le mie stesse parole che lo sostengono.

Insomma, ci si domanda ancora chi sia lo scrittore che, giovanissimo, chiuso nel suo appartamento dei Quartieri Spagnoli, si immaginava la sua Gomorra. E lo si taccia non solo di essersi cercato la morte ma lo si “accusa” anche, in modo spicciolo e senz’analisi pertinente, di tutto il seguito:  bestseller mondiale, Palme d’or, partecipazione Nobel e Oscar. Sarebbe stato piu’ facile per un cammello passare per la cruna di un ago, piu’ facile per un ricco entrare nel regno dei cieli che per il giovane scrittore napoletano immaginarsi tutto questo successo, tutta questa follia. Per poi vivere realmente, ed in carne ed ossa, questa follia.  O addirittura morirne.

Per finire, Dal Lago, il 28 e 29 Novembre a Roma, fara’ un intervento dal titolo “Santo Saviano” in occasione del dibattito, “Il Senso dei rifiuti. Una due giorni dedicata alla delicata questione del riciclo dalla A alla Z”.  Mi domando cosa ci azzecchi Saviano in un contesto di scarto, di rifiuto, di riciclaggio, di surplus, se non per risimbolizzare Saviano in quello stesso personaggio/simbolo da cui Dal Lago vorrebbe districarlo. Il titolo in grassetto di Liberazione legge: “Salviamo Saviano dal suo personaggio.” “Salviamo”? Lo ripeto, “salviamo”? Io mi domando, piuttosto, ma chi e’ il “noi” narrante?

(un ringraziamento speciale a Serafino Murri; molti dei contenuti hanno visto la luce grazie ad intense e stimolanti conversazioni avute con lui.)


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