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Tag Archives: saviano

 

“Credendo con passione in qualcosa che ancora non esiste, la creiamo. Il non esistente e’ cio’ che noi non abbiamo desiderato a sufficienza.”

-Nikos Kazantzakis

“C’e’ pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’e’ nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a se’,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.”

-Danilo Dolci

 

New York, 30 Settembre, 2008

 

Oggi, alle 5 e 30 del mattino ore locali, ho seguito sul web la conferenza stampa del Ministro Maroni col capo della Polizia prefetto Antonio Manganelli, il comandante generale dell’Arma dei carabinieri Gianfrancesco Siazzu e il comandante generale della Guardia di Finanza Cosimo D’Arrigo sul blitz nel casertano che ha portato all’arresto di tre importanti latitanti, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo e Giovanni Letizia, menzionati con nome e cognome da Roberto Saviano in “Lettera alla mia terra” del 22 settembre e pubblicata su La Repubblica solo otto giorni fa. Il “nuovo governo” ha certamente spostato l’attenzione a Sud anche se bisogna ancora verificare la sincerita’ che ne ha mosso l’agire. Maroni promette di porre fine alla criminalita’ organizzata. Lo dice in modo convinto e per un momento ci credo e ci spero anch’io. Vengo trasportata da un sogno di un’Italia piu’ pulita, meno corrotta, un’Italia di cui non vergognarsi, un’Italia degna nella quale un giorno poter felicemente rimpatriare.

 

Io come tanti altri mi domando:  E’ possibile porre fine alla criminalita’ organizzata? E’ possibile estirpare radici senza uccidere la pianta? Roberto Saviano ci spiega in Gomorra e altrove – o almeno questo e’ cio’ che ho capito io – che la criminalita’ organizzata e’ oramai talmente dentro l’economia del paese, e’ talmente parte del tessuto capitalista mondiale che estirparla sarebbe come estinguere la razza umana. Non lo scrive esplicitamente ma sembra dirlo in modo implicito. Saviano entra come un microscopio con mille occhi nella corporalita’ del particolare e, con la visione di una mosca e la forza di un’iride poliedrica capace di carpire le forme piu’ caleidoscopiche, allucinanti e vere dalla realta’, tutto ad un tratto ti fa capire che il latte che bevi, le mura della casa in cui abiti, i vestiti che indossi, le strade che percorri, le droghe che consumi e i politici che hai votato puzzano di “Sistema”. Ogni cosa che ti circonda e che ti appartiene la vedi improvvisamente come parte della rete Sistema. Leggere Saviano accuratamente, capirlo in pieno, equivale a sposare la sua stessa ossessione dalla quale mai piu’ potrai liberarti. Ti viene voglia di spogliarti, di bruciare il tuo guardaroba, di abbandonare la tua casa ma non prima di averne abbattutto il cemento sulla quale si regge.  Vorresti lavarti della tua stessa esistenza e rifoggiarti ex novo. Come Lady Macbeth, dopo aver spinto il marito ad uccidere Duncan per diventare re, ti vedi le mani irrevocabilmente imbrattate di sangue; ti lavi e ti lavi e ancora sei sporco. Saviano scrive, in quell’urlo terrificante che e’ per l’appunto “Lettera alla mia terra”, che siamo tutti responsabili. Ed ha ragione. Nel senso che ognuno di noi partecipa al Sistema in quanto consumatore di qualcosa di “sporco”.

 

“Sarebbe interessante poter leggere da qualche parte non soltanto dove la merce viene prodotta, ma persino che tragitto ha fatto per giungere nelle mani dell’acquirente. I prodotti hanno cittadinanze molteplici, ibride e bastarde. Nascono per meta’ nel centro della Cina, poi si completano in qualche periferia slava, si perfezionano nel nord est d’Italia, si confezionano in Puglia o anord di Tirana, per poi finire in chissa’ quale magazzino d’Europa. La merce ha in se’ tutti i diritti di spostamento che nessun essere umano potra’ mai avere”. (Gomorra, 15).

 

Volente o nolente, ognuno di noi rientra nella parola Sistema. Siamo forse in un vicolo cieco? E’ probabile ma bisogna comunque percorrerlo.  E questa guerra alla criminalita’, quella di Saviano, quella dello Stato, della magistratura, la nostra se decidiamo di sposarla, e’ una guerra senza speranza? Forse. Ma bisogna comunque combatterla.  Viviamo in un mondo alla rovescia, paradossale, un mondo in cui la merce che tocchiamo ha diritto di cittadinanza universale e si sposta ovunque senza bisogno di mostrare documento mentre noi che portiamo questa merce sul corpo, nel corpo, noi che la ingeriamo, la consumiano e che la teniamo in casa siamo asfissiati dall’immobilita’, o per scelta o per costrizione imposta dall’esterno alla quale ci pieghiamo. Nell’incipit di Gomorra, in quel memorabile primo capitolo, Saviano fa del porto napoletano metafora delle dinamiche del Sistema legate al capitale/merce. In un susseguirsi d’immagini assurdamente vere ci spiega i movimenti, ci rivela gli attributi di queste dinamiche allacciandole alla struttura del paradosso. Eccone due definizioni:  “velocita’ senza chiasso” , “un’appendice infetta da anni mai degenerata in peritonite”.

 

Saviano stesso e’ diventato l’emblema del paradosso e sicuramente senza volerlo, tanto per metter a tacere tutte le inani critiche che gli rinfacciano di “essersela cercata”. In uno Stato che si definisce “democratico” e “moderno”, uno scrittore di 29 anni vive sotto protezione da quasi due anni. E non e’ l’unico. Il prossimo 13 ottobre saranno 730 giorni che questo ragazzo non si puo’ muovere senza essere seguito passo passo dai suoi fedelissimi agenti di scorta, la sua “falange”. Saviano e’ un ragazzo che descrive le dinamiche dell’impero economico e che poi viene esiliato grazie al grande consumo che si e’ fatto del suo libro.  E’ un ragazzo che deve inabissarsi sempre piu’ nel nulla ad ogni vittoria anti-mafia dello stato. E’ un intellettuale degno di esser paragonato a Pasolini e poi messo accanto ai vari Volo, Jovanotti, Antonacci (con tutto il dovuto rispetto per questi ultimi) sul myspace di migliaia di ragazzine tra layout imbrattati di Hello Kitty e cuoricini. E’ il ragazzo di cui si sono virtualmente “innamorate” italiane di ogni eta’ costretto a non poter vivere un amore.  E’ il ragazzo solitario che le aspiranti attrici di mezz’Italia (e non) vorrebbero accompagnare sottobraccio sul red carpet di Los Angeles il prossimo marzo, lui che il tappeto rosso non puo’, e forse non vuole, neanche percorrerlo. E’ il sogno di successo di ogni scrittore ma invidiato e spesso criticato da ogni scrittore. E’ il ragazzo che scrive per amore della sua terra e che poi viene tacciato di diffamazione, che viene accusato di non amare la sua terra, come se un padre fosse da biasimare per la denuncia della propria frustrazione nel vedere il proprio figlio, sangue del suo sangue, scegliere la morte. E’ un ragazzo che viene definito eroe e che non si considera affatto un eroe.  E’ l’Uomo Ragno dell’immaginario collettivo privato del privilegio di una tuta che lo protegga nell’anonimato. E soprattutto, tra le migliaia di voci che lo esaltano, lo supportano, lo criticano, lo citano, lo biasimano, lo amano, lo desiderano, lo schiacciano, lo invidiano e lo portano ad esempio, Saviano e’ un uomo solo. I suoi articoli emergono dal caos dell’informazione con la voce solitaria di un San Giovanni del Deserto. Il ragazzo che tutti chiamano Roby, Robbe’, Ro’ sul suo myspace, come se questo ragazzo a loro in fin dei conti “sconosciuto” fosse il loro migliore amico, e’ solo come un cane. Non c’e’ intellettuale che lo appoggi in pieno ne’ manifestazione seria che si organizzi in suo nome ed in onore di chi come lui vive nelle sue condizioni. Si sa’ che dall’uscita di Gomorra libro lo Stato ha iniziato ad impegnarsi di piu’ ma e’ dal processo Spartacus che nessuno piu’ parla di Saviano concretamente. In tv e sulla stampa viene, si’, menzionato ma spesso en passant e spesso in modo improprio. Eppure sulle Google Alerts anglosassoni che arrivano ogni giorno e a dozzine nel mio inbox relative alle voci camorra/blitz/casalesi, Saviano e’ costantemente citato e tirato in ballo. Saviano, in casa, viene giocato come evento mediatico ma il suo immenso contributo alla rivoluzione di coscienza che finalmente cova in questa vecchia Italia e’ ancora relativamente occultato underground.

 

Sorge dunque il sospetto che Saviano stesso stia venendo strumentalizzato da noi e dal nostro paese (cosa di cui lui e’ certamente cosciente), che venga usato come merce perche’ pur circolando sulla bocca di tutti il suo mondo si svolge all’interno di una cella. Il suo nome viene usato come moneta import/export ovunque mentre lui, in carne ed ossa, rimane immobile in una stanza. Noi rischiamo di perdere una delle voci piu’ importanti della nostra generazione e non solo perche’ il ragazzo e’ un dead man walking, un condannato a morte da qualche vigliacco figlio di puttana, ma perche’ quello stesso Stato che quando gli conviene si ciba del suo nome, si appropria del suo coraggio e dice di tutelarlo, vuole passare leggi che ostacolerebbero lo svolgersi delle indagini giudiziare anti-mafia (ennesimo paradosso) e delle sue indagini necessarie alla sua scrittura. Come ha ricordato oggi Franco Roberti, senza le intercettazioni i latitanti del gruppo di fuoco casalese non sarebbero stati presi. Certo non bisogna confondere il lavoro dello Stato e/o della magistratura con l’indagine di Saviano scrittore/giornalista perche’ son due cose ben distinte. Ma bisogna notare che anche il suo operato, la sua voce unica ed essenziale, rischia di venir messa a tacere proprio dall’interno di quella penisola che lo osanna come eroe. Parafrasando Don Peppino Diana, seppure in un contesto modificato (e lui mi perdonera’ dato che si riferiva a Dio e non allo Stato), lo Stato ci sta dimostrando che esiste.  Ma deve ancora farci capire da che parte sta.

 

Se Saviano e’, non solo se stesso,  ma anche simbolo e cifra di altro, se ci rappresenta in qualche modo dato che lo abbiamo investito di specularita’ en masse, che ci identifichiamo in lui e che gli lanciamo messaggi giornalieri di alleanza e fedelta’ al suo impegno, allora bisogna capire una cosa fondamentale: che la prigionia di Saviano e’ la nostra prigionia e che la sua liberta’ e’ la nostra liberta’.  Quando Saviano ci incita a rispondere alla domanda,  “Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese?” implorando di sognarla al meglio come supplicano i versi della poesia di Dolci che lui cita spesso, io chiedo a me stessa e a tutti noi: Come ce lo immaginiano noi Roberto Saviano? O meglio come ce lo stiamo immaginando? Ce ne stiamo appropriando? Lo stiamo usando? Lo stiamo trascurando? Lo stiamo sognando al meglio, come si merita? Ma soprattutto, cosa stiamo facendo noi per Roberto Saviano? E ancora, per finire, e noi come ci sogniamo?


Dovremmo gia’ star a Casal di Principe a cancellare le parole scritte sui muri che lo diffamano. Perche’ le parole hanno un “peso specifico”. E perche’ dire, “noi siamo Saviano e Saviano e’ noi” non e’ gioco semantico ma verita’. Siamo stati noi stessi a renderla tale, tramite il nostro uso del suo nome e delle sue parole. Leggendolo, abbiamo mutato la sua esistenza.  Leggere Saviano non e’ una colpa ma porta con se’ una grande responsabilita’. Una responsabilita’ che ci pone davanti ad uno specchio che con occhi veri, attenti e soli, ci mette davanti a cio’ che noi non siamo. Senza quest’analisi al negativo ed apofatica di noi stessi, e del nostro paese, rischiamo di far tanto rumore per nulla e di continuare a diffondere proprio cio’ che speravamo d’estirpare.

 

PS. “In qualsiasi altro paese la libertà d’azione di un simile branco di assassini avrebbe generato dibattiti, scontri politici, riflessioni. Invece qui si tratta solo di crimini connaturati a un territorio considerato una delle province del buco del culo d’Italia.” Roberto Saviano.

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